Episodio Zero
Non sempre la strada intrapresa durante gli studi coincide con quella che ci darà maggiore soddisfazione nel tempo. Può capitare, a un certo punto, di voler cambiare direzione, portando con sé ciò che si è appreso, trasformandolo in altro.
Questa è la storia di Daniela, fondatrice di “Episodio Zero”, e di quando nel 2016 inizia a prendere forma l’idea di un piano B che le permettesse di esprimere in maniera più concreta e libera la sua creatività. E tutto parte da un’idea, di quando lavorava in uno studio di architettura e si spostava quotidianamente in bicicletta. Daniela non amava l’abbigliamento tecnico, lo riteneva spesso privo di uno studio estetico, e sentiva l’esigenza di capi funzionali e sicuri con un design accattivante, con richiami immediatamente riconducibili al brand di appartenenza. Inizia così a immaginare una linea che unisca estetica, funzionalità e praticità: abiti essenziali, con bande catarifrangenti integrate nel design per essere ben visibili durante gli spostamenti, senza rinunciare ad una imprescindibile eleganza. Il progetto si scontra però con i costi elevati di una produzione artigianale e, purtroppo, viene messo in standby.
Ma proprio quell’idea, lasciata a decantare, accende qualcosa di più profondo: la curiosità per la costruzione del capo, per la possibilità di realizzarlo in prima persona, stimoli a cui fanno seguito corsi di cucito e di modellistica. Da lì, il passo verso la sartoria diventa naturale.
Episodio Zero nasce così: da un cambio di rotta consapevole. Un percorso che non rinnega il passato, ma lo rielabora. La formazione da architetta riaffiora nelle linee decise e nelle geometrie rigorose: ogni capo è progettato con attenzione, nulla è casuale. Lo si percepisce nelle linee nette, nella ricorrenza della striscia distintiva, bianca o nera, che interrompe la continuità del tessuto e diventa elemento identitario.
Anche il logo riflette questa impostazione: le iniziali E.Z., costruite con segni essenziali, richiamano un’estetica che punta alla sottrazione più che all’aggiunta. Un approccio che, in fondo, dialoga con quella cultura progettuale sintetizzata nel celebre “Less is more” di Ludwig Mies van der Rohe, architetto.